
Per
questa “toccata e fuga” fatta Lisbona in un tiepido Natale, vorrei esimermi
dal riportare gli appunti di viaggio, peraltro non molto dissimili rispetto a
quelli delle altre vacanze fatte qui. Vorrei invece riportare un brano tratto da
LISBONA ELETTRICA di LUIGI BAIRO, che, secondo me, ben sintetizza le sensazioni
e le caratteristiche di questa città che tanto amo.
LISBONA
ELETTRICA
L’electrico
numero 28 corre cigolando e sferragliando fra il Barrio Alto, la Baixa e Alfama.
Si inerpica su salite impossibili, piomba in discesa come fosse senza controllo.
Imbocca vicoli angusti, dove sembra incagliarsi ad ogni curva. Lo guida un
ometto minuto, la barba incolta e lo sguardo nervoso, insonne. Una sigaretta
spenta senza filtro, gli pende dalle labbra, forse una Definitivos. La
sigaretta che preferirai definitivamente, recita, involontariamente macabra, la
pubblicità. Guida in piedi gli obsoleti comandi d’ottone di fabbricazione
anglosassone. E trasporta i turisti, le cui guide ricordano in diverse lingue
che almeno una volta bisogna perdersi di notte nei labirintici percorsi
cittadini a bordo di questi antichi, ma incredibilmente efficienti mezzi di
trasporto. I primi electricos vennero introdotti a Lisbona nel 1901 e
ormai restano solo per il piacere dei turisti. Alla Carris, l’azienda
tranviaria cittadina, i vecchi tram costano un patrimonio e hanno una bella
responsabilità nel passivo dell’azienda. Fra le strade della Baixa già
sfrecciano le sagome gialle e futuribili dei tram di domani. Ma i vecchi electricos
sono un monumento mobile di Lisbona. Come rinunciare ad essi, in una città che
nel terremoto del 1755 e nell’incendio del 1988 ha perso così tanto?
Per
il guidatore di tram la vita non è facile. Il traffico è indisciplinato e
quando la vettura si inerpica lungo i viottoli di Alfama, deve fermarsi spesso e
suonare il campanello per far spostare qualche automobile posteggiata malamente.
Più
tardi raggiungiamo il Bairro Alto. C’è una festa di piazza. Ghirlande di
fiori appese fra i lampioni e striscioni che inneggiano contro il razzismo. Una
Renault se ne sta placidamente posteggiata sui binari. Inutile stare a bordo.
Tutti quanti scendiamo, guidatore compreso, e andiamo a bere al bar allestito
sulla piazza. C’è un complessino sul palco che
suona un singolare miscuglio di
musica popolare, rock, sudamericana. Poco piacevole. Di razzismo a Lisbona si
parla con una certa insistenza dall’estate del ’95, quando anche qui sono
apparsi gli skinheads. Chi l’avrebbe mai detto, skinheads che si
chiamano Pedro, Paulo o Rui e non Kurt o Fritz. Pochi balordi di Alfama, il
vecchio rione Arabo. Quartiere povero, ma quartiere totalmente bianco. Pochi
balordi che sono riusciti a rompere secoli di tolleranza- integrazione non
direi- fra bianchi europei, indiani di Goa , e neri originari delle ex colonie
brasiliane, dell’Angola, del Monzambico, ma soprattutto immigrati da Capo
Verde, che ancora in tempi recenti ha registrato un massiccio afflusso verso la
capitale portoghese. Ma i capoverdiani non vengono per restare; se riescono a
racimolare il denaro necessario, tornano nel loro paradiso atlantico e si
comprano un pezzo di terra.
Ora
i neri che la sera passeggiano per la città o camminano verso qualche locale di
musica afro nel Bairro Alto, si guardano circospetti quando qualcuno si
avvicina.
Trascorre
quasi un’ora prima che il 28 possa ripartire, perché in pochi minuti si è
formato un ingorgo inverosimile.
L’Elevador de Santa Justa, l’assurdo ascensore che collega la parte bassa della città con il Carmo, si innalza in fondo a Rua da Santa Justa. Praticamente tutte le guide turistiche riferiscono la stessa cosa e cioè che viene attribuito erroneamente a Gustave Eiffel. In realtà l’architetto è un portoghese, seppure di origini francesi, tal Francois Raoul Mesnier du Ponsard. Sul terrazzo superiore c’è un caffè acchiappaturisti. Qui i camerieri hanno camice bianche immacolate, ma ci sbalordiscono sputacchiando acrobaticamente come solo gli abitanti di Lisbona sanno fare.
Ma
il panorama notturno della città non si dimentica facilmente.
L’Igreja
do Carmo, alle spalle dell’Elevador, testimonia il terremoto del 1755, che
rase al suolo la città. Non rimane molto della Lisbona precedente: il Mosterio
dos Jeronimos, parte del quartiere arabo di Alfama e pochi altri edifici…….