Marocco,
una meta inattesa, non pianificata, ma sempre un nuovo luogo da
aggiungere al mio bagaglio di “avventure”. Marocco, un paese
pieno di contrasti sia geografici che culturali. Approfitto
del fatto che Elisa e Matteo ora si sono trasferiti a
Marrakech per fare “un salto” a trovarli. L’organizzazione
della partenza è fulminea. In una settimana in ordine: decido di
chiedere le ferie, sento la disponibilità di Elisa, convinco Lella
a partire, prenoto il
volo e parto. Meglio fare così, senza pensarci troppo, altrimenti
ogni scusa o contrattempo sono buoni per bloccare il progetto di
viaggio. Il volo aereo non è dei piu’ tranquilli.
Bologna-Marrakech, circa 3 ore tra shakkerate, vuoti d’aria e
vibrazioni dovute ad una perturbazione particolarmente affezionata
al nostro aereo. Per fortuna non soffro di mal d’aria e non ho
paura di volare. In qualche modo riusciamo ad atterrare. L’
aereoporto di Marrakech, o perlomeno la sala dove io sono arrivata,
è di nuova costruzione. Puzza di vernice fresca e pittura. La
polizia di frontiera è estremamente lenta. Subito si forma una
lunga e disordinata fila di italiani con documento in mano. Bisogna
poi compilare anche quel foglio per l’ufficio immigrazione. A cosa
serviranno poi tutti questi dati nessuno ha il privilegio di
saperlo. Elisa , Matteo e Tish, il loro cane, sono all’uscita.
Elisa è dimagrita tantissimo chissà come ha fatto…
Saliamo
in macchina. I sedili della macchina sono pieni di peli del cane.
Non importa, tanto a me non da fastidio. Il paesaggio è
interessante. Le strade sono molto ma molto caotiche, popolo molto
indisciplinato nel guidare. Nelle strade si vede di tutto: macchine,
camion, motorini extracarichi, carri trainati da muli, biciclette,
pedoni….insomma un vero caos. Subito mi rendo conto che le regole
del codice della strada qui sono del tutto ignorate. Non riesco a
capire se esiste il senso di dare la precedenza a destra. Non credo
glielo abbiano insegnato alla scuola guida. Il paese dei suonatori
di clacson. Per loro deve essere una grande soddisfazione
strombazzare. Le strade sono dei gran concerti di trombe e
trombette.
L’appartamento
dove vivono Elisa e Matteo mi affascina. E’ in tipico stile
marocchino. Mi sembra quasi irreale. Pero’ mi piace, è davvero
particolare.
Elisa
e Matteo si sono sistemati bene. Abitano a Marrakech da qualche
mese, ma ormai la conoscono bene. Il giorno dopo si va alla piazza
di El Ya F'na,(la traduzione dall’arabo è un vero tabù…in
tutti i cartelli stradali di Marrakech il nome è tradotto in modo
diverso!)E’ qualcosa di incredibile... Mi sembra di essere
piombata nel film di Salvatores, Marrakech Express, i suoni e la
confusione sono i medesimi. Ci sono gli incantatori di serpenti, i
giocolieri, gli uomini dell’acqua….Il tempo sembra essersi
fermato in questa cittadina dalle case rosse. Poi ci incamminiamo
nel souk. Vengo presa da una irrefrenabile eccitazione: i colori, i
profumi, gli oggetti, vorrei portarmi a casa tutto. Ci fermiamo in
un negozio di babouches (ciabatte).
Voglio comprarne un paio. Il vendere e il comprare in Marocco
diventano un' arte. Non una cosa da fare con i ritmi che abbiamo
noi. Ci vuole tempo, devi contrattare, vietata la fretta. Devi e
sorbirti tutto il rito del the alla menta, che se all’inizio
puo’ essere una novità fantastica, dopo giorni diventa una
frustrazione…. Il thè alla menta è dolcissimo e ha un buon
sapore. Quando lo si beve bisogna fare rumore. Dicono che significa
che si gradisce. Si parla del piu’ e del meno e poi, via inizia la
lunga trattativa d’acquisto. I marocchini sono molto fisici. Gli
piace toccarti mentre ti parlano. Non gradisco molto questo modo di
gesticolare, ma poi mi faccio prendere e allora via con strette di
mano, abbracci, varie ed eventuali….tutto cio’ per
comprare un paio di ciabatte! Contrariamente
al mio solito, in Marocco sono frustata nel fare acquisti. Non
riesco a comprare nulla a cuor leggero. Dopo qualche giorno non
sopporto piu’ questa tiritera di offerte e controfferte e
soluzioni eque e solidali.
Marrakech
è una città abbastanza grande, ma bastano pochi giorni per
visitarla.
Poi
un pomeriggio si parte alla volta di Ouzud. E’ sulle montagne,
E’ incredibile come il paesaggio repentinamente cambi. Ogni tanto
ci troviamo davanti camion stracolmi. Di capre, montoni, mucche e
persone. Tutti insieme. Qualcuno dall’alto di questi autocarri
vivacemente colorati ci saluta e ci sorride. E’ strano, comico e
un po’ triste vedere questa gente, uomini, donne e bambini
mescolarsi con gli animali. Le strade sono spaziose, intere distese
di olivi, di palme, di sterpaglie, di rocce, di sabbia si susseguono
sotto ai miei occhi. I nomi dei paesi sono scritti in arabo sul
costone delle montagne con un mosaico di sassi che ne formano le
lettere. Sopra al nome (indecifrabile) ovunque c’è anche il
simbolo del Marocco: una stella. Dopo circa un’ora di curve e
strade dissestaste, di paesi fantasma e di grossi nidi di cicogne,
si arriva a Ouzud. Elisa e Matteo mi assicurano che di questo posto
mi potrei innamorare. Effettivamente è così. Scendiamo le mille
scale che portano al guado e poi, eccole, imponenti e maestose
queste cascate che compiono un salto di oltre 100 metri. E’
bellissimo. Tutto intorno è bellissimo. Qui la gente mi sembra
anche meno appiccicosa. Penso che ci tornero’ in questo posto
incantevole dove la notte dicono che scendono le scimmie e rubano le
cose ai campeggiatori di passaggio. Infatti dimenticavo di dire che
proprio ai piedi delle cascate c’è un camping, o perlomeno un
posto dove è possibile mettere le tende. Devo assolutamente andare
in bagno. Mi sembra di essere ai tempi della guerra. Una baracca
costruita con lamiere con un buco al centro è la latrina del
“campeggio”. L’operazione che bisogna compiere per tirare
l’acqua è altrettanto artigianale. Un secchio con acqua e
detersivo serve per disinfettare questa “turca”poco moderna. La
carte igenica è costituita da fogli di giornale. Viva il
riciclaggio!!
Qualche
giorno piu’ tardi partiamo verso il sud del Marocco. Matteo,
Elisa, Lella io e Tish, il cane. Non è molto confortevole viaggiare
con un cane di 40 kg, ma impariamo ad adattarci tutti, anche Tish,
che impara a volermi bene, nonostante questa convivenza forzata.
Divento la dogsitter di Tish. Mi diverto a portarla in giro, a farla
giocare e correre e a parlarle. E’ docile e ama la compagnia.
Ci inerpichiamo nella catena dell’Atlante, un susseguirsi di curve e vallate infinite. Per la strada bisogna fare attenzione alle persone che cercano di fermarci per venderci fossili e minerali.
Siamo sulla valle delle mille Casbah. Ce ne sono tantissime. Gli inquilini delle piu’ diroccate sono diventate le cicogne, che con i loro imponenti nidi sovrastano i ruderi delle torri. Peccato che da noi, in Italia, gli avvistamenti di cicogne siano estremamente rari. Non ne avevo mai viste così tante, forse solo anni fa quando ero in Polonia ero capitata in un luogo dove per la prima volta avevo potuto avere un incontro ravvicinato con questi uccelli bicolori ed eleganti. Alcuni nidi sono di dimensioni spropositate. Sembrano dei coni fatti di un impasto composto da fango e paglia. Decidiamo di non fermarci a Quarzazate. Piu’ di dare una sbirciata agli Atlas studio dalla strada non c’è altro da fare. Proseguiamo per M'Kela M'guna (anche in questo caso il nome è tradotto in mille modi diversi!), il paese nella valle delle Rose. Le case sono basse e fatte di terra rossa. Le donne sono vestite in modo diverso qui. Sempre molto coperte naturalmente, ma in questo paese hanno il velo nero merlato con lustrini e frange colorate. Al sole luccicano ed è uno spettacolo di sicuro effetto. L’albergo è pulito e delizioso. Ha una grande terrazza con veduta su un piccolo guado. Sembra di essere dentro ad una cartolina. Le donne in fondo raccolgono l’erba, un bimbo a cavalcioni di un mulo s’inerpica per una sentiero sassoso, un' upupa zompetta sulla riva del guado, sullo sfondo una vecchia Casbah con annesso nido di cicogna…Le cicale e le rane improvvisano una melodia che sa di pace e rilassamento. Tutta questa tranquillità ogni tanto è rotta da Tish che scappa, rincorre le rane, abbaia agli altri cani, spaventa i gatti. Per la serata mangiamo nel ristorante dell’albergo: una tenda berbera dai tappeti colorati. Facciamo una scorpacciata. Io sono così piena, che non riesco nemmeno ad alzarmi!!
Il
paese è piccolo e si sviluppa tutto ai margini della strada
principale. C’è un mercato alquanto squallido e diroccato, un
brutto spettacolo. Però nell’aria c’è un fragranza di
rose…Alcuni piccoli negozietti vendono infatti prodotti a base di
rose, la specialità di qui. Creme, fragranze di rose, acqua di
rose, shampoo, saponette…ci sono anche gli incensi alla fragranza
di rose che pero’ mi accorgo che sono stati fatti in India. Ad un
certo punto qualcosa attira la nostra attenzione. Nel centro della
strada c’è stato un tamponamento. C’è una folla di curiosi.
Niente di grave, ma la gente si piazza lì a guardare come se fosse
l’anteprima di uno spettacolo cinematografico. Addirittura vengono
chiusi i negozi per poter assistere a quello che deve essere
l’avvenimento della giornata del paese.
Il
giorno dopo ci dirigiamo verso Erfoud. Il paesaggio continua a
cambiare. Sembra di passare attraverso diverse dimensioni, ma quando
ci avviciniamo al deserto lo spettacolo è unico. Panorama lunare.
Una distesa desertica, brulla e secca. All’orizzonte piccole
trombe d’aria fanno volare le sterpaglie. Sporadici pastori si
fermano con i loro montoni o con i cammelli in prossimità dei rari
pozzi. La strada è dritta e lunga ed è costeggiata da tantissimi
crateri, come quelli che si intravedono sulla luna nelle notti
particolarmente limpide. Proviamo a fermarci ed arrampicarci su uno
di essi. Il buco del cratere è molto profondo, saranno almeno 20
metri. Penso siano stati generati da fenomeni tipo i gaiser. In
fondo c’è un gruppo di turisti tedeschi che fanno delle foto.
Arriviamo
ad Erfoud. Sembra una fabbrica di turisti. La gente ti ferma per
strada proponendosi come guida. Sono particolarmente insistenti e la
cosa mi da’ un po’ fastidio. Matteo vuole assolutamente
raggiungere Merzouga, un po’ per spirito d'avventura, un po' per
rincorrere i posti che ha visto quando era piccolo. E’ convinto
che non ci serva nessuna guida del posto, noi ci fidiamo e gli
lasciamo fare. Passiamo il centro di Erfuod, un misto tra sacro e
profano, alberghi freddi e moderni, mescolati con costruzioni basse
e rosse. Qui le donne sono completamente velate di nero. Nessun
gingillo, nessun colore, il nero totale. Fa molto caldo, il sole
brucia, vedendole
ringrazio dio di non essere nata marocchina!
Armati
di guida tascabile, seguiamo le indicazioni che ci portano al
deserto. Imbocchiamo la strada sterrata. La guida dice che, con
attenzione, è
possibile percorrere la pista anche senza fuoristrada. Certo è che
in quattro adulti, un cane di 40 kg, e bagagli al seguito la hunday
si appiattisce nel terreno. Questo avrebbe dovuto farci riflettere,
avremmo dovuto immaginare che se in questo luogo transitano solo
fuoristrada un motivo deve esserci. Infatti, dopo qualche
chilometro, la macchina si insabbia. E’ una situazione ridicola.
L’incredulità invade il senso di paura. Quattro adulti, un cane
di 40 Kg ed una hunday blu sotto al sole cocente di mezzo giorno.
Intorno a noi: il nulla. Dune e dune e dune. Non ci sono rumori,
solo il vento ogni tanto ci ricorda la sua presenza. Dopo svariati
tentativi di rimessa in strada, quando ormai l’odore della
frizione bruciata si fa forte, all’orizzonte, con passo lento una
sagoma si avvicina. E’ un tuareg, si , proprio un uomo blu, quelli
che vanno in giro con il turbante color indaco. E’ giovane, avrà
20 anni. Parlocchia un po’ di italiano e subito ci dice di stare
tranquilli , lui ci aiuterà. Infatti è così. Con infinita
maestria riesce a tirarci fuori la macchina dalla sabbia. Deve
succedere spesso che qualche turista incauto si addentri nel deserto
senza le dovute precauzioni.. Matteo vorrebbe proseguire, Lella non
ne vuole sapere, il tuareg si fa insistente nel volere
accompagnarci. Poi succede il patatrac. Sarà il sole che ha battuto
forte in testa, sarà stata la stanchezza, sarà stata quella
antipatia che senti a pelle, ma d’improvviso nasce una
colluttazione tra i due ragazzi. La scena diventa tragicomica. I
ragazzi si azzuffano nella sabbia, il cane vuole giocare con loro,
Lella è in preda al panico, Elisa urla ed io non riesco a
realizzare cosa stia effettivamente accadendo. Dopo lo sfogo, gli
animi si placano. Le hanno prese entrambi, ma entrambi
sono troppo orgogliosi per ammetterlo. Fanno pace, si
chiariscono, si scusano. Sono entrambi mortificati. A questo punto
stabiliamo che non è proprio il caso di proseguire e ritorniamo ad
Erfoud dove passiamo la notte.
Il
giorno seguente facciamo un’indigestione di kilometri. In un
giorno raggiungiamo Agadir. La voglia di relax e mare è tale che
sopportiamo un viaggio lungo e scomodo pur di guadagnare un giorno
di spiaggia. L’albergo è decisamente kitch. Il soffitto sembra
una bomboniera, mancano i confetti. L’aria condizionata è troppo
alta e molto fastidiosa. Usciamo per la cena. E’ freddo, tira
vento. Il paesaggio non mi piace per nulla. Una catena di ristoranti
ed alberghi troppo europeggianti invadono la costa. Un’altra
fabbrica di turisti. I camerieri dei ristoranti con fare insistente
cercano di farci entrate nel loro locale. Provo un vero senso di
fastidio. E’ possibile che non sia libera di camminare per la mia
strada? Optiamo per una pizza (orribile).
L’alzata
la mattina seguente è una delusione. Il tempo è uggioso. L’acqua
della piscina che vedo
dalla mia camera è increspata dal vento. Vado a bussare ad Elisa,
ma mi informa che per tutta la notte Matteo è stato male.
Intossicazione alimentare. Brutta storia. Pensiamo abbia anche la
febbre. Lo lasciamo riposare e ci avviamo in spiaggia. Siamo
sconsolate per via della brutta giornata. Agadir non ha nulla da
spartire con il Marocco. E’ troppo moderna, troppo fredda, troppo
commerciale. Non c’entra niente. Potrebbe essere una località
balneare di un qualsiasi altro
paese. E’ anonima. Comunque la spiaggia è profonda, e la
sabbia è fine e bianca. C’è molta gioventù e i ragazzi che
circolano non sono per niente male. Cercano di abbordarci con la
scusa del cane, ma Elisa non è proprio in vena oggi e li liquida
velocemente. Proviamo a fermarci un altro giorno, con la speranza
vana che il clima cambi. Siamo pero’ sfortunati allora decidiamo
di partire alla volta di Essauira, con la garanzia da parte di
Matteo che quello sarà un posto che mi piacerà tantissimo.
Passiamo due giorni di relax, fuori dal mondo, per avere "campo" con il cellulare, sono costretta ad andare sul tetto e aspettare l'allineamento con il satellite. Visitiamo Essauira che è decisamente una bellissima cittadina. Dei ragazzi mi spiegano che qui fanno i campionati mondiali di surf, infatti è molto ventosa. Le stradine sono pulite, la gente non è insistente e ci sono dei locali veramente molto belli. Fanno anche diversi festival di musica. Ogni sera c'è un concerto nella piazza principale. Tantissimi i negozi di strumenti musicali dalle fatture originalissime.
Anche per questa vacanza è giunta l'ora di tornare a casa...Prendiamo la via verso Marrakech. La temperatura si è alzata tantissimo rispetto a quando siamo partiti. Faccio a tempo ad essere invitata alla festa di compleanno di Ashna, la bambina che abita sotto l'appartamento di Elisa e Matteo.
Tutte le ragazze sono in costume tipico. Sono molto belle. Bisogna togliersi le scarpe per entrare nella sala. Ci sono anche dei ragazzi. C'è un'enorme torta sul tavolino rotondo. Proprio come da noi. Intonano anche la canzoncina "buon compleanno", solo che in arabo fa un effetto un po' strano. Noi italiani, omaggiamo i nativi della versione "made in Italy" cantando a squarciagola. Poi accendono lo stereo a tutto volume. Canta Idir, un mito del Marocco. La musica mi piace molto. Le ragazze ballano facendo vibrare il bacino. Sono affascinanti, questa è proprio la danza del ventre. Mi butto in pista e provo ad imitarle, ma lo spettacolo è deludente. Provano ad insegnarmi, ma mi rendo conto che forse è meglio lasciare perdere, meglio che continuare a dedicarmi al rock!!!
Torno a casa, un po' mi sento sollevata da quel senso di soffocamento che provavo in mezzo a questa gente, cordiale e ospitale, ma un po' troppo petulante. Lo sbalzo termico pero' è incredibile. Ho lasciato 40 gradi di sole per tornare ad un inverno primaverile. Pazienza....