In Guajra i nomi sono particolarissimi. Non è una regola generale, ma, soprattutto quelli femminili, sono scelti per il suono e non importa che siano codificati o meno. Così uno può chiamare suo figlio Ajallabobò, Rattatatatà o Perepepè, se solo la cosa è di suo gusto. L'idea mi piace; i nomi che ne risultano sono esoticamente affascinanti (Sulaima, Myldanis, Maira, sono solo i più facili da ricordare) e l'omonimia femminile è praticamente estinta.
Capita, però, che il sistema fracassi su Ambulancia (vuol proprio dire "ambulanza"!), Usnavy (amore marinaro?) o Pedro Vanbasten (è come se io mi chiamassi Sivori, o Sharif, invece che Omar). Per non parlare del niño in arrivo al negozio di foto: si chiamerà Ragazzoni, che è il cognome dell'amministratore del progetto.

Cartagena è una città spettacolare, ma certamente non la ricorderò solo per l'architettura.Lunedì notte ero in camera, seduto sul letto. L'albergo non sembrava male,era pulito ed aveva un bel patio interno. Ma la cosa che mi è salita sul lenzuolo diceva <<Vattene!>>: uno scarafaggio grande come un passero! Fino a quel momento pensavo che mostri di quella dimensione fossero un'esclusiva del "Viaggio al centro della Terra", di Giulio Verne, e accettare la realtà non è stato facile, né veloce.
Ma alla fine ne ero perfino rapito. Mi sono avvicinato ed è stato un po'come vederlo al microscopio: due ali da farfalla utili solo a coprire la crosta massiccia del corpo; un paio di antenne agili e lunghissime, sempre in esplorazione; mascella e mandibola come pinze per crostacei.
Scende dal letto; io prendo l'Autan e lo spalmo sul perimetro del lenzuolo. Però non sono tranquillo; dev'essere l'abitudine a dormire da solo... Mi tiro su, lo vedo in bagno. PTSCHACK!!
Fine di una convivenza.
La notte è una rumba di mosquitos e zancudos, che l'Autan arriva solo a intimidire.
Ovviamente decido di cambiare albergo.

La mattina dopo mi scopro una garrapata (zecca) piantata sulla parte più oscura della natica sinistra. Da solo non riesco a togliermela senza rischiare di romperla e, dopo un paio d'ore di ricerca, arrivo ad un centro antidiabetico del Rotary Club. Qui, infermieri, medici e pazienti offrono ognuno il proprio contributo di sapere, assistendo compatti e divertiti all'asportazione. Io non posso che fidarmi e godere della farsa, che si presenta divertente anche dal mio lato.
Esco dopo un quarto d'ora stringendo mani e scambiando sorrisi.

Chiude il viaggio Bogotà, città grande fino all'orizzonte, che alle otto di sera quasi si svuota della gente, per rendere più evidenti i visi da pazzi di quelli che restano. Non basta la miseria per spiegare quelle facce; sono qualcosa che risorge dai quadri medievali, dall'inferno. Visi deformi di adolescenti che hanno scolpita l'inesistenza di una ragione per vivere e,assieme, i segni dell'estenuante guerra combattuta per non morire, giorno per giorno, da quando sono nati.

Sono tornato; il fuso orario ronza ancora le sue sveglie fuori tempo. Ed io sento già un po' di nostalgia. Del viaggio, non del posto.

Un abrazo fuerte, y que todo os vaya bien!

Lindo Gatito Omar