Arieccomi qui, felicissimo di pensare che mi state leggendo.

Stavolta è il turno di Cuba; anzi, è stato il turno di Cuba, visto che sono tornato da un po'. Scrivere in differita non è la stessa cosa, e credo si sentirà, ma da lì era troppo complicato. E poi tutti mi garantivano che le mail sono controllate, ed io non avevo nessuna voglia di essere prudente per evitare guai istituzionali alla mia carissima ONG.

Dall'Italia sono libero di raccontarvi che quello cubano è effettivamente un regime in cui il controllo delle persone è quasi assoluto. Ma che nulla ha a che vedere con le dittature ex socialiste, né con le tradizionali fasciste latinoamericane (Argentina dei generali, giusto ad esempio): niente sangue di stato (neanche semplici ematomi), niente terrore. La gente ride, scherza; qualche volta, con circospezione, parla anche dell'apparato. Fidel non si nomina mai: il suo nome è sostituito da uno sguardo al cielo o da una mano che allunga il mento a "mimare" una barba. Lo Stato sembra limitarsi a controllare che non ci siano forme di aggregazione estranee al regime. E ci riesce benissimo, aiutato anche da un popolo che tutto sembra, tranne che rivoluzionario.

Di Fidel e del socialismo, normalmente i cubani non parlano molto bene, ma gli argomenti sono quasi sempre la povertà, la (spro)loquacità del Comandante, la difficoltà a viaggiare; mai un barlume, non dico di opposizione politica, ma almeno di politica. Neanche scritta nei cessi,
ultimo baluardo democratico contro tutte le dittature.

Mancano gli oppositori, ma la repressione è troppo blanda per promuoverla a giustificazione. Di sicuro Fidel ha un'intelligenza politica e una conoscenza della società cubana capace di spiazzare chiunque. È un dittatore senza eguali, che merita il titolo paradossale di moderato: senza sparare un colpo vinse la crisi degli anni '92-'94, aprendo le carceri e le coste a chiunque volesse andarsene; senza sparare un colpo, nel giugno di quest'anno ha modificato la costituzione rendendo irreversibile l'unipartitismo.
A dargli una mano, ci hanno pensato anche gli Stati Uniti, che da una parte hanno favorito la fuga dei dissidenti, facilitando il lavoro a Castro, e dall'altra non sono mai riusciti a creare un gruppo dirigente affidabile e capace di non confondersi con i mafiosi cubani (quelli scappati negli anni '50 o i loro discendenti).

La guida delle edizioni CLUP racconta un episodio che non è solo curioso: nel '94, durante il momento più duro della crisi successiva al dissolvimento dell'URSS, mentre le ore di Fidel sembravano contate, il capo degli anticastristi di Miami, Jorge Mas Canosa, apparve in TV e disse agli esuli cubani: "Venite da me. Ditemi quali erano nel '58 le vostre case, le vostre fabbriche, i vostri campi. Tra poco noi torneremo all'Avana e vi renderemo le vostre proprietà". Da Cuba, una folla di cubani che in quelle case, terre e fabbriche vive e lavora, rispose con il gesto dell'ombrello.
Fidel rise.

La sensazione è che, adesso, cubani, e statunitensi, ed esuli, semplicemente aspettino che il socialismo cessi per estinzione del suo monumento, Fidel Castro Ruz. Quando succederà probabilmente attenderanno qualche giorno, prima di dare la notizia. . non è che serva tempo per organizzare il passaggio del potere, . è che potrebbe anche risorgere. (lui ne sembra assolutamente convinto, ma tra i suoi collaboratori si sussurra che le probabilità siano basse).

Una volta accertata l'immobilità della salma, il comando dovrebbe passare a Raul, il fratello. Ma neanche Raul è un ragazzino, e dopo di lui il timore è che, sfruttando un substrato morale ed economico decisamente debole, si torni a prima della rivoluzione, con la mafia a far da padrona fra case da gioco e bordelli.
Non credo che la prospettiva piaccia da morire agli Stati Uniti, ragion per cui non forzano i tempi (n.b.: prima della rivoluzione, a Cuba non
comandavano tanto gli USA, quanto la mafia. Una delle principali ragioni per cui la rivoluzione ha vinto è che i nordamericani non andavano matti per quel criminale mafioso di Batista, e, nel momento del bisogno, l'hanno sostenuto senza troppa convinzione).

A La Habana giro soprattutto a piedi. Noleggerei volentieri una bicicletta, se non fosse che poi dovrei viverci sopra. Chi esce di casa con la bici, a Cuba, non la molla mai. Ho visto uno entrare in una casa, chiudere il recinto, entrare in soggiorno, chiudere la porta e legare la bici con una catena ad una sedia di ferro.
Non esistono posti abbastanza sicuri né motivi abbastanza validi per lasciar sola una bicicletta.
A Bayamo, la città del sud est dove lavoro, chi deve parlare con qualcuno del progetto, se arriva in bici, se la porta in ufficio e l'appoggia vicino alla scrivania; in chiesa, durante la messa, la gente sale gli scalini ed entra con la bicicletta (normalmente a mano, qualcuno pedalando).

Così mi suicido girando a piedi.
Il problema potrebbe essere il caldo umido, oppure l'orientamento e i tanti chilometri che dividono il Vedado (dove sto) dal centro, od anche gli scrosci di pioggia. Tutto trascurabile, tutto passabile.
Quello che mi schianta, a L'Avana, sono i gas di scarico, la ciminiera della termoelettrica e dell'inceneritore dell'ospedale, in pieno centro, e poi quella della raffineria, appena di là del canale del porto.
La città è sul Golfo del Messico e il vento non manca quasi mai, ma quella che si respira non è aria, sono i miasmi dell'atmosfera venusiana, ed io rimpiango i fumi delle Volvo in sorpasso e degli OM Tigrotto dei muratori,col motore freddo.

Non ci si salva neanche sul malecòn, il lungomare, ma almeno qui ci si incanta; è una metafora di Cuba: prende a guardarlo nell'insieme, disillude a osservarne i particolari. Qui c'è sempre gente che pesca o che fa il bagno; c'è sempre qualcuno che ti vende sigari, donne, camere. Il ragazzo di un bicitaxi (biciclette con dietro un sedile e una capottina) mi dice che per un cubano, uno straniero è un dollaro in cammino. Lui è un'eccezione, e mi fa perfino fare un giro gratis (per dire il vero, sono io che pedalo), ma ha ragione. A L'Avana normalmente chi ti approccia fa l'amico di mestiere, e se dopo un po' non ottiene niente, ti manda a cagare.
Umanamente sono in difficoltà. Tanto più che manca la scusa del bisogno: Cuba non è un Paese di miserabili (anche se temo si stia candidando a diventarlo), e chi ha a che fare con gli stranieri è ancora meno povero degli altri.

La moneta cubana è il pèso, ma si usano anche i dollari e i pesos convertibili (che valgono come i dollari). I circuiti del peso e delle altre
monete sono rigorosamente separati e, di solito, facilmente riconoscibili: in un supermercato in dollari si prende una bronchite, in uno in pesos un colpo di calore; un taxi in dollari è nuovo, ma non gli funziona il tassametro, uno in pesos ha almeno cinquant'anni e funziona il minimo indispensabile a muoversi; nel menu di un ristorante in dollari ci sono quindici alternative, in quello di un locale in pesos, cento, novantasette delle quali indisponibili.

Il dollaro ha iniziato a circolare liberamente più o meno a metà degli anni '90, quando mercato nero, affittacamere e ristoranti clandestini avevano già creato un circuito sotterraneo a sé stante. Cuba aveva un disperato bisogno di dollari e Fidel decise che tanto valeva legalizzare lo stato di fatto. Da allora il "disperato bisogno" è diventato endemico, così il circuito in dollari è andato via via espandendosi, mentre quello in pesos continua a contrarsi.

I due sistemi sono lo specchio della condizione politica, economica e sociale cubana: quello in moneta nazionale offre poche cose indispensabili, prodotte a Cuba, di scarsa qualità, ma a prezzi accessibili per un cubano (e bassissimi per un italiano); in quello in dollari si trova un po' di tutto, normalmente di buona qualità ed a prezzi altissimi (anche per un italiano).
Il circuito in moneda nacional permette la sussistenza interna e rappresenta il socialismo che resiste; quello in dollari serve a rastrellare valuta straniera, ed è il capitalismo asservito alla causa.
In entrambi i prezzi dei generi di consumo sono politici, ma la sola inflazione che conta è quella in pesos, così a giugno lo Stato ha aumentato del 30% i prezzi in dollari.

L'economia cubana è disastrata: dopo la crisi dello zucchero, praticamente gli unici settori capaci di produrre sono quelli del rum, del tabacco e del turismo, comunque a livelli insufficienti a sostenere il Paese. Il Venezuela fornisce un petrolio scontatissimo (finché resiste Chàvez); il resto è quasi inesistente, e l'agricoltura, nonostante i favori climatici e geografici,non è in grado di garantire neanche il necessario per l'autoconsumo. Ovviamente gli stipendi sono bassi (una ventina di dollari al mese). Eppure i clienti di molti bar e di tutti i supermercati in valuta estera, sono cubani, ed è normale vederli spendere un dollaro per una lattina di birra o sei per una bottiglia di rum. Ci sono persone che ricevono soldi da parenti emigrati o che lavorano con gli stranieri (stipendi un po' più alti, mance, ecc.); ma non sono pochi quelli che i dollari li guadagnano, come dire, ... ufficiosamente.

Non sto parlando di scippi o furti in camera, e neanche delle offerte lasciate sull'altare vellutato delle dee cubane; gli espedienti sono tanti,
e tutti sistematicamente praticati. I tassisti dell'aeroporto sono dipendenti pubblici. Io, che di cognome faccio Gatto, ma ogni tanto pure Tordo, arrivo quasi a mezzanotte e chiedo alle varie compagnie di portarmi al Vedado; "Costa 15 dollari, puoi pure chiedere agli altri, tanto siamo tutti statali". La versione è unanime, ma allora, perché mi contendono? Pazienza: è tardi, ho sonno e l'afa mi ha già coperto di sudore. Arrivo, pago e saluto cordialmente. Il giorno dopo mi dicono che i tassisti devono usare il tassametro e rilasciare una ricevuta. al mio autista è bastata mezz'ora per intascare 15 dollari: praticamente lo stipendio di un mese. In una fabbrica di sigari, in testa alla lunga stanza di preparazione, c'è un uomo in piedi, dietro a un leggio. In qualche film ricordo di aver visto un tipo che leggeva il giornale, a voce alta, agli operai al lavoro: che sia lui? Chiedo, e la risposta schianta il mio romanticismo: "Io controllo che gli operai non si intaschino i sigari", mi risponde con orgoglio. Fatto sta che mentre attraverso la stanza per uscire, non ce n'è uno che non me li proponga, ed un gitante si compra dieci Cohiba per una pipa di tabacco (whow, che gioco di parole!).

Si può continuare con le medicine prodotte a Cuba ma distribuite solo al mercato nero (è possibile che s'imboschino l'intera produzione?!?!), o con gli autisti che, al distributore, usano la carta carburante per pagare il pieno, più una tanica di benzina che rivendono sottobanco.
Eccetera. 

Insomma, a Cuba il furto sembra istituzionalizzato, e lo Stato lo vive come ammortizzatore sociale, ma anche come fonte di dollari da raccogliere attraverso il circuito commerciale in valuta. Non c'è dubbio: Fidel è persona pratica. 
Da pragmatico qual è, accetta di buon grado valuta straniera, indipendentemente da chi possa essere il mittente. Così l'estrosità politica
raggiunge vertici inimmaginabili, e succede che ad inviare finanziamenti siano anche la Regione Lazio, attraverso il presidente Storace, e la Regione Lombardia, per mano del governatore Formigoni. I quali non possono non sapere che il Lider Maximo li userà per sostenere il regime, non certo per aprirlo al liberismo.

Mi dicono che è perché Castro è il caposaldo di un antiamericanismo che non li lascia indifferenti. Non è solo curioso, è un assaggio della politica che c'è ma non si vede.


Per ora metto un punto.

Cuba è intricatissima e ce n'è voluto per convincermi a raccontare il mio passaggio. Mancano ancora tante cose, dal rapporto con gli Stati Uniti, al fatto che la Isla rimane comunque un caso da cui imparare, e poi qualche altro episodio.
Magari nei prossimi due mesi riuscirò a scrivere ancora.


Felice autunno!

Omar


C
ome la maggioranza delle dittature, anche il regime cubano si nutre di   cortei. Con la differenza che in quelli cubani non c'è niente di marziale,non si bruciano bandiere, non ci si sgola a insultare un nemico e non si minaccia nessuno. Come se non bastasse, è quasi nulla la probabilità che i celerini ti prendano l'impronta dei denti. Insomma, il clima ideale per partecipare ad una manifestazione. Se poi si tratta della più grande della storia di Cuba.

Purtroppo il lavoro mi vuole lontano dalla capitale proprio nel giorno più caldo, e del corteo riesco a vedere solo i preparativi, alle cinque di
mattina. Ma resta il fatto che la storia cubana mi passa proprio vicina.
Per dire il vero, ci metto un po' a capire. È che la TV, appesa in alto, sopra al banco del bar, parla di motivi che di storico non hanno niente: unione del popolo attorno al socialismo, conferma della fede nel partito. Che c'è di nuovo?
Poi arriva chi mi passa la chiave, ovviamente da sotto il tavolo: l'opposizione cubana è riuscita a raccogliere le 10.000 firme necessarie al
referendum sul pluripartitismo, e ne ha reso testimone Carter, in visita nell'Isola. Il Capo c'è rimasto molto male.

Potrebbe concedersi la soddisfazione di una vittoria certa e plebiscitaria, ma vincere e perdere sono cose da uomini. Fidel Cristo è un Messia, e il Messia non si discute.

Così succede che le organizzazioni di massa, che rappresentano il volere spontaneo del popolo ed hanno nomi spontaneamente i spirati alla
rivoluzione, chiedono al parlamento una modifica costituzionale che renda il socialismo insostituibile ed irreversibile. 9 milioni di persone in corteo accompagnano la mozione; tutti i cubani capaci di reggere una penna la sottoscrivono (uffici dei CDR aperti per chi
vuole firmare; servizio a domicilio per gli altri).

Il referendum non serve più. La seduta in parlamento, invece, sì: solenne, a reti unificate, a stampa unificata; la retorica di regime ha bisogno di spazio. Ma anche di spettatori. Così sabato sera il governo decide che non si lavorerà fino a giovedì: tutti a casa a vedere la diretta dal parlamento.

Tre giorni di scontro fra maggioranza e opposizione sono una prova che pochi possono superare; se c'è un partito solo, diventano un'agonia precomatosa. Il dibattito in aula non esiste e gli interventi dei parlamentari si susseguono tutti uguali: saluto al Comandante, al Presidente del parlamento ed ai Compañeros; paternale al señor "Doble V" (Bush); elenco dei meriti della rivoluzione; assistenza di Cuba ai Paesi in via di sviluppo; viva Fidel (Exclamaciones de "Viva!"), socialismo o muerte!, patria o muerte!,
VENCEREMOS! (Ovaciòn).

Leggono tutti, tranne Lui. Fidel Castro improvvisa, gesticola, coinvolge chi gli sta vicino, pugna il tavolo; le sue recite durano ore: se si scrivesse
il copione, non gli basterebbe un leggio, gli servirebbe un'impalcatura. È un avvocato di talento e consumato mestiere. Quando nel '52 fu arrestato per l'assalto alla caserma Moncada, si difese da solo con un'arringa di cinque ore! Oggi, girando per L'Avana, la sua voce mi è arrivata dalle TV attorno alle tre; poi l'ho visto, in camera mia, verso le otto; alle nove l'ho lasciato per un mojito.
Non gli invidio il potere, ma le corde vocali.

Per le vie la gente è seduta attorno al domino o sugli scalini delle case; da dentro arriva la luce della TV e le voci dei parlamentari in adorazione.
Fanno da spettatori poltrone, sedie e pavimenti; l'indigestione di regime ha reso i cubani indifferenti alla politica.
La televisione non si guarda, ma neanche si spegne. Proprio come da noi.
Proprio come in tutto il mondo.

Giorni storici a parte, fra cartoni animati e sport, sullo schermo si alternano TG antiamericani e americanate sottoforma di film. Specchio di un
conflitto che è anche interiore. Gli Stati Uniti sono l'unico Paese straniero rilevante; sono il nemico e il punto di riferimento.
La loro ambasciata (o meglio, l'Ufficio degli interessi statunitensi a Cuba) è l'unica che si affaccia sul Malecòn, in una posizione privilegiata che sembra fatta apposta per consentire a tutte le manifestazioni di sfilarci sotto. Cortei di milioni di persone con la bandierina di Cuba sulla mano destra e l'iscrizione al bombo in quella sinistra.
Il bombo è una lotteria dell'ambasciata statunitense: chi si iscrive può vincere un permesso di soggiorno negli USA; estrazioni mensili. Pensate che l'apparato scoraggi il sistema? Niente affatto: lo pubblicizza; chi vuole andarsene, se ne vada: rogne in meno e dollari di rimesse in più.

Gli Stati Uniti sono anche quelli dell'embargo, ritorsione necessaria al Presidente nordamericano per non perdere i voti degli esuli cubani e utile a Fidel Castro per giustificare un'agonia economica che ha tutt'altre radici. Per il resto, il bloqueo non ha significato, essenzialmente perché Cuba non ha merci da vendere, né soldi per comprare (non fosse per questo, i suoi commerci avrebbero a disposizione il resto del mondo, oltre alle triangolazioni). E poi, per essere sincero, dagli Stati Uniti ho visto arrivare aerei, turisti, yacht e alimentari. Per non dire della Coca Cola, che da qui non se n'era mai andata.


Ela Calvo è una cantante famosa, sulla settantina. È anche una santa della santeria, religione che mescola cattolicesimo e Africa nera, producendo adepti, idoli e altari di memoria haitiana. Quando ha compiuto gli anni, percussioni e voci africane sono volate dal suo appartamento al mio. Folgorato! Ho risalito i suoni, in strada, fin sotto casa; poi una vicina mi ha guidato dentro.
Nella casa più bella che io abbia visto a Cuba, un gruppo di musicisti del Tropicana festeggiava con suoni africani, ma anche con boleri e musica caribe. Ela, ad occhi chiusi, seguiva le immagini che quei suoni ricostruivano. Attorno, signore non più giovani conservavano occhi e fianchi imbarazzanti da guardare.

La sera dopo, la vicina mi invita ad un'altra festa santera. Porto una bottiglia di rum; a casa sua mi fa sedere, "che fra poco andiamo". Il tempo
passa; lei mi racconta delle sue malattie, di un italiano che le manda le medicine ("gli italiani sono così generosi!"), dei pochi soldi.
"Beviamo un goccio?", "Veramente è per la festa", "Ma no, lì non beve nessuno!". Giocato.
Dopo un mese di addestramento non so ancora evitare le fregature, ma capisco più velocemente quando le prendo.
Mentre la befana s'attacca alla canna e sputa rum in ogni angolo (rito santero propiziatorio), realizzo che a Cuba non esistono feste in cui non si beva rum; l'invito serviva solo alla donazione.
Me ne vado ridendo; sopra il tavolo la bottiglia sbavata è ormai a metà. Bush ha ragione: Cuba è davvero un Paese canaglia!

Prima di tornare passo a salutare la signora Calvo. Mi offre una zuppa di pesce squisita, il fresco del terrazzo e le chiacchiere degli ospiti. Ma
soprattutto una serenità che mi fa sentire uno della famiglia. Bush ha torto: Cuba è un Paese adorabile.


Il socialismo cubano non manca di limiti, ma neanche di buoni argomenti. Fra essi spicca una forma sostanziale di onestà: il potere politico non ruba.Tanto basta a non morire asfissiati dal debito estero; tanto basta a dare una vita dignitosa a 12 milioni e mezzo di persone, in un Paese che ha ben poche risorse.

Se penso al resto dell'America Latina ho un travaso di bile, e il regime mi diventa tollerabile.
In quest'Isola mi è mancata la libertà di iniziativa (a me, che non avevo niente da iniziare). Ma fuori da quest'Isola, non molto tempo fa, mi erano mancate le regole, anche solo morali, necessarie a limitare la tendenza allo sfruttamento del liberismo.
Confrontare Cuba e il resto dell'America Latina non serve a creare graduatorie, ma a capire meglio la dimensione dei meccanismi politico -
economici dominanti. E osservare che ci sono sempre meno estranei

Il tempo passato dal ritorno è tanto; gli episodi e le sensazioni riemergono, ma lo sfondo cubano è fuori fuoco. Forse è meglio così.
Cuba ha lasciato un segno profondo, come la prima volta, quattro anni fa, ma come allora, non so capire esattamente dove e perché.
Potrebbero essere queste le destinazioni affascinanti del prossimo viaggio. Da dove si parte?


    Vi abbraccio, e siate felici.

          Omar

 

 

per informazioni: omargatto@hotmail.com