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Sotto di noi scorrono diverse isole - l'arcipelago ne comprende dieci in tutto - e isolotti, a volte semplici scogli flagellati dalle onde e abbelliti, sulla sommità, da qualche pennellata di pallido verde. Guardandoli mi soffermo a pensare alla struttura di questo strano paese, in realtà un insieme di frammenti vulcanici, in cui, tuttavia, da un'isola all'altra, e cioè da un frammento all'altro, l'orografia e il paesaggio variano davvero molto: distese di sabbia si alternano ad alte coste rocciose, vallate profonde a rilievi più o meno accentuati che sfiorano anche - come il vulcano di Fogo - i tremila metri. Davanti a queste terre riarse che spuntano come per caso dalla vastità dell'oceano è impossibile sottrarsi al mito di Atlantide, non credervi almeno una volta.
"São Vicente, pequenina...", canta Cesaria Evora, che qui è nata: e così, scioccamente, avevo immaginato un'isola molto più piccola di quanto fosse in realtà. Sono in taxi con la coppia svizzera che ho conosciuto prima di imbarcarmi; percorriamo la strada, lunga una decina di chilometri, che collega l'aeroporto con la città di Mindelo. I pochissimi alberi nella distesa desertica attorno a noi sono gialli di una sete quasi senza speranza. La natura, qui, esprime un senso di strenua resistenza, sembra racchiudere una volontà feroce di riuscire a vivere che accomuna uomini, animali e piante, come se tutti gli esseri viventi dell'arcipelago condividessero una formula segreta della tenacia estrema. Mindelo appare all'improvviso, dietro una curva. È una graziosa, piccola città di vecchi edifici chiari, adagiata lungo una baia.
Il centro abitato si estende dalla sommità delle colline retrostanti fino alla riva del mare, con una compostezza architettonica che dà piacere allo sguardo. Un ampio viale scende verso il mare e sfocia accanto a un parco dagli alberi inaspettatamente frondosi. C'è animazione in giro, ma senza ingorghi né clamore. L'acqua della baia è ferma come quella di un lago: dall'altra parte dell'insenatura, a circa due ore di barca, si vede l'isola di Santo Antão, che mi decanteranno come la più verde e fresca dell'arcipelago. Questo mare che non sembra mare, con un'isola là in fondo a celare l'infinità dell'orizzonte e a soffondere il paesaggio di una dolcezza pacata, mi ricorda certi scorci dell'arcipelago dalmata. Di certo, né io né i ragazzi svizzeri ci aspettavamo che qui la natura potesse assumere questa bellezza sommessa, così europea per certi versi, e nell'ultimo tratto del percorso ce ne stiamo in silenzio, lo sguardo incollato fuori dai finestrini abbassati. Fin troppo facile capire quanto si possa avere nostalgia di questo posto.
Orietta Mori, 37 anni, milanese, laureata in filosofia, per alcuni anni ha lavorato nel marketing e nella formazione professionale. Dal 1988 al 1994, ha compiuto lunghi soggiorni in Portogallo spinta dal profondo interesse per la lingua, i paesaggi e la gente di quel paese e nel 1998 ha tradotto dal portoghese per l'editore Feltrinelli Amazona di Sérgio Sant'Anna. A Capo Verde, dov'è vissuta per un certo periodo, si è appassionata alla musica, alla danza e alla cucina delle isole. Sogna di attraversare un giorno il deserto del Kalahari.
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